Perché quei colori? a cura di Antonio Daddabbo

Il problema (già posto nella tavola rotonda conclusiva del convegno “GIS e Territorio”), se affrontato con superficialità, risulta persino marginale, ma, in realtà, è la punta emergente di un iceberg culturale, che si estende ben oltre i confini di Serracapriola e che ci riporta al concetto di “sepolcro imbiancato”.

Le tesi esposte nel Consiglio Comunale dimostrano l’esistenza di una serie di punti di vista e si passa da chi “difende la libertà di colorare il proprio edificio secondo i propri gusti” a chi vuole “imporre una legge per salvare l’estetica del paese”. Insomma gli estremi sono rappresentati da chi ritiene di “vivere in casa propria come meglio crede”, e chi ritiene di dover “tenere la casa in ordine per non sfigurare con gli eventuali ospiti”.

Teoricamente la soluzione politica potrebbe essere rappresentata da una “via di mezzo”, ma in pratica viene affidata ad un arbitro esterno (il “capro espiatorio” è un tecnico mercenario) destinato ad “imporre” delle norme che, nella quasi totalità dei casi, non prendono in considerazione le esigenze della popolazione.

Tutto questo poteva e/o doveva essere accettato negli anni cinquanta, ma oggi le cose sono radicalmente cambiate, come viene sottolineato con la sostituzione del PRG (Piano Regolatore Generale) con il PUC (Piano Urbanistico Comunale) che “dovrebbe” essere redatto sulla base del Sistema Informativo Territoriale.

Nel caso specifico di Serracapriola, il sistema informativo è frutto di una ricerca scientifica, che ha come obiettivo finale la ricostruzione virtuale del paese e, quindi, la simulazione preventiva di qualsiasi intervento di trasformazione, che può essere oggetto di discussione su Internet, con il contributo non trascurabile di quanti sono emigrati. Tutto ciò è finalizzato a facilitare la partecipazione di tutta la cittadinanza nella gestione della città.

Se diamo un rapido sguardo al sito http://serracapriola.net, oggetto del recente convegno, troviamo la storia di Serra, che dobbiamo conoscere non per pura curiosità, ma per sapere come sono stati affrontati dai nostri antenati i problemi, con i quali conviviamo ogni giorno.
Il desiderio, di riportare il centro storico allo stato originario, non può, di certo, essere dettato dalla nostalgia o, peggio ancora, dalla moda, ma nasce dall’esigenza di capire le motivazioni che hanno portato a certe soluzioni architettoniche ed urbanistiche. Poi spetterà a ciascuno di noi vedere quanto era giusto e quanto sbagliato.

Esaminiamo la casa tipica del centro storico di Serracapriola, nell’epoca in cui, in mancanza di architetti ed ingegneri, essa era gestita dai contadini (“scarpa grossa e cervello fino”):

1) Serracapriola era reduce da un terremoto disastroso, quindi il primo obiettivo di chi si costruiva la casa era la solidità, infatti troviamo muri in mattoni pieni (di produzione locale), da un metro di spessore, e copertura con tetto in legno. Ci troviamo in presenza di un’architettura razionale, basti pensare alle "fussétte": lo spazio disponibile era saggiamente utilizzato ("Chése strétt, fémmene ngegnose").

2) in mancanza di una rete idrica e fognaria, una necessità primaria era la periodica disinfestazione con la calce (materiale economico ed efficace). Di qui le case bianche del centro storico, dove i muri in mattoni non sono intonacati, ma semplicemente ricoperti da successivi strati di calce. E’ sufficiente osservare una qualsiasi vecchia fotografia per rendersi conto che il bianco delle superfici murarie era interrotto da ombre che disegnavano la struttura muraria sottostante. Dobbiamo, inoltre, prendere nota che la calce consente la “traspirazione” della muratura e ciò è molto importante per smaltire l’umidità che risale dal terreno (impermeabilizzare la superficie muraria significa agevolare la risalita dell’umidità):

3) non esistevano impianti di climatizzazione e, contro il freddo ed il caldo, per la chiusura delle aperture esterne, si utilizzava un materiale isolante ed economico: il legno locale. Gli infissi esterni erano integrati, all’interno, da ante in legno massello e, all’esterno dalle persiane (due ante frazionate in pannelli apribili indipendentemente) che, nei periodi estivi, impedivano l’ingresso dei raggi solari, ma assicuravano un buona ventilazione dell’ambiente.

Il prospetto tipico di una casa del centro storico, dunque, era costituito da una superficie muraria bianca a “bassorilievo” con infissi di colore marrone (legno naturale) e verde (per le persiane), e la manutenzione ordinaria (effettuata nel periodo pasquale) era curata personalmente dagli abitanti (“l’occhio del padrone ingrassa il cavallo”).
La cultura contadina era forzatamente economica: per problemi di povertà e per motivi di sopravvivenza, il contadino era "costretto" a raggiungere il massimo effetto con il minimo sforzo, di qui “il cervello fino”.

Con il passaggio della gestione delle case dai contadini ai tecnici (ingegneri e architetti), cresciuti nel benessere, è venuto a mancare il “cervello fino”. Abbiamo così assistito a:

1) sostituzione del tetti in legno con pesanti solai in cemento armato e, in una zona sismica come Serracapriola, il minimo che si potesse ottenere è rappresentato dalle lesione murarie;

2) intonacatura delle facciate murarie e dipintura con materiale lavabile (quindi impermeabile). A parte l’aumento dei costi (dovuto all’intervento di personale specializzato, più che all’utilizzo del nuovo materiale), risulta evidente la monotonia di una superficie muraria piana e bianca, di qui l’esigenza di “abbellirla” con un colore.
I risultati evidentemente non hanno soddisfatto e i tecnici hanno scoperto la “sabbiatura” che, dopo aver tolto l’intonaco, sollecita impropriamente (con vibrazioni) la murature stesse.
Da notare che il mattone serrano (di fattura povera) non è da utilizzare a faccia-vista e gli antichi maestri muratori di certo si saranno “rigirati” nella tomba, nell’apprendere che, nel 2000, è stato messo in bella mostra ciò che essi avevano cercato di coprire, sia pure con materiale povero come la calce!
Superfluo parlare della pretesa di proteggere i mattoni a vista con materiale trasparente non collaudato dal tempo, che (il tempo è galantuomo) sicuramente darà una risposta inconfutabile.
Dunque, paradossalmente, per la manutenzione di case costruite ed abitate da poveri, i costi superano ampiamente quelli previsti per le case dei ricchi;

3) sostituzione degli infissi in legno con quelli in metallo.
Si tratta della dimostrazione più eclatante che il cervello dell’uomo moderno non solo non è “fino” ma si è atrofizzato.
Tutti abbiamo ascoltato in televisione la pubblicità degli infissi che “non lasciano passare neppure l’aria”, assicurando, nelle case, la.... carenza di ossigeno. Per secoli, con modifiche successive, gli artigiani si sono preoccupati di realizzare infissi che consentissero il ricambio dell’aria evitando gli spifferi e curando persino la raccolta della condensa.
Per la ventilazione estiva degli ambienti, era stata “inventata” la persiana in legno, che rendeva gradevole la sosta (specie per gli anziani) dietro la stessa, sia per l’aria fresca, che lasciava passare, sia per la possibilità di guardare in strada.
La persiana di alluminio, per giunta di colore scuro (per ovvi motivi di mimetizzazione), ha la capacità di arroventarsi e costituisce essa stessa una fonte di calore aggiuntiva in un periodo... caldo, qual'è quello estivo nel nostro mezzogiorno.

Indubbiamente a tutto questo si può obiettare che oggi :
- nessuno più sosta dietro le persiane, ammesso che passi del tempo in casa (che ormai, evidentemente, è priva di “confort” e quindi si è ridotta a dormitorio);
- esistono i condizionatori che possono compensare ampiamente il calore trasmesso dalle persiane in alluminio (con costi energetici di cui ci lamentiamo sempre più).
- gli infissi in alluminio non hanno bisogno di manutenzione e costano meno (ma quando sono malridotti devono essere sostituiti, mentre esistono infissi in legno con secoli di vita).

La realtà è che l’uomo moderno, abituato a delegare a terzi la soluzione dei propri problemi, ha perso la capacità di riflettere ed appare incapace ad effettuare qualsiasi scelta razionale, come dimostra la sua dipendenza dalla pubblicità.

Bari, 15 novembre 2007